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Ippocrate, considerato come il "Padre della Medicina occidentale" disse:


"Fa che il tuo cibo sia la tua Medicina, e che la tua Medicina sia il tuo cibo".


Già dai tempi più antichi l'essere umano comprendeva la grande importanza dell'Alimentazione, e tranne in rari casi, soprattutto ai due lati estremi della società arcaica, e cioè da una parte nell'aristocrazia e dall'altra nel ceto più povero vi era uno scompenso un'alimentazione, da una parte troppo eccessiva e dall'altra troppo povera.


Tranne in questi due casi, l'Alimentazione dell'uomo antico medio era salubre e variegata, basata soprattutto su frutta e verdura di stagione, legumi, cereali, tuberi, frutta secca, miele, latte e latticini, uova, e qualche sporadico saltimbanco nella carne e nel pesce, anche a quei tempi troppo costosi per essere un cibo abituale.


STORIA ALTERNATIVA DELL'ALIMENTAZIONE UMANA

Vi siete mai chiesti dove trovassero la forza gli operai dell’antico Egitto, gli artigiani aztechi e i contadini del Lazio preistorico, abituati a portare pesi enormi, a lavorare per decine di ore con lo scalpello o con l’aratro, utilizzando le sole braccia?


Oltre all’esercizio fisico e al contatto continuo con gli agenti atmosferici, in realtà un "fattore vitale" determinava l’efficienza degli antichi uomini: l’Alimentazione Naturale.


La selezione naturale della specie, quindi, aveva portato i nostri progenitori a privilegiare d’istinto un certo tipo d’Alimentazione come la più adatta a sviluppare in quelle difficili condizioni di vita le potenziali energie psico-fisiche dell’organismo.


Cambiano quindi le civiltà, varia il clima, migliorano le tecnologie, mutano anche le pietanze, ma ovunque nel mondo gli alimenti finiscono per disporsi in un ordine ideale, per la più adatta propagazione della specie dell’uomo.


È curioso riscontrare che ancora oggi, nell’Alimentazione di alcuni contadini, così come negli indigeni, meno toccati dal consumismo della civiltà occidentale, certe gerarchie tra gli alimenti siano rispettate istintivamente: frutta e verdura al primo posto, poi seguono cereali e legumi, e in ultimo carne e pesce.


Le carni di ogni tipo, come già accennato, erano un cibo non quotidiano, quasi eccezionale in tutte le culture, all’inizio se ne cibavano (peraltro con la scusa dei rituali religiosi) solo i sacerdoti, poi cominciarono a prenderci gusto anche i ceti più ricchi ed eccentrici, come lamentava ad esempio Catone il Censore.


Ma la carne comunque, restò sempre un alimento rituale e celebrativo, tranne per le tribù che dovevano servirsene per necessità, come nomadi, eschimesi, siberiani, indiani del Nord America, ecc., o in generale per quelle popolazioni che vivevano in territori poco fertili.


In quasi tutte le culture umane, quello che in realtà ha sempre caratterizzato il fulcro dell’Alimentazione, per la sua estrema semplicità, sono sempre state le pietanze crude o appena cotte.


Ma errori alimentari non mancavano certamente anche nel mondo antico, in generale però, questi errori erano corretti, neutralizzati, e contrastati dall’assunzione di molti vegetali e cibi crudi.


Anche a quei tempi esistevano certamente i golosi, ma le golosità erano tutte naturali, energetiche e salutari, come ad esempio: pasticceria al sesamo, all’olio, al latte, all’uva, al miele, la frutta, le mandorle, le noci, e tutta la frutta secca.


Insomma, se un dietologo moderno avesse potuto mettere il naso nella sala da pranzo, o nella tenda dei nostri progenitori, avrebbe scoperto la formula dell’alimentazione sana e della buona salute: 20-50-30.


Non si tratta di numeri magici, ma di proporzioni ricorrenti nei principi nutritivi di base:


- 20% di proteine (legumi, uova, miele, latte e derivati, carne e pesce).


- 50% di ortaggi, frutta e verdura.


- 30% di cereali e aminoacidi vari, (le percentuali sono ovviamente calcolare in base al peso e allo stile di vita della persona).


Questa formula ha retto, per quanto possa sembrare impossibile, fino alla fine del 1800; precedentemente invece, si è certi che l’uomo fosse rigorosamente frugivoro (raccoglitore di frutti), con qualche sporadica incursione nel mondo animale (caccia a insetti, o a piccoli animali, miele e latte di vacche selvatiche).

Le variazioni di questa formula alimentare, sono state dettate unicamente da motivi climatici, come una stagione molto fredda, o uno stanziamento troppo a Nord in zona montana; in questi casi è naturale l’aumento in proporzione di cereali, a scapito di frutta e ortaggi, e il ricorso anche a grassi animali.


Del resto, il regime alimentare dei nostri antenati non è diverso da quello ancor oggi in uso presso certe tribù, quelle meno toccate dall’alimentazione industriale.

L’attività dei maschi della comunità, dediti alla caccia, e quindi apportatori di proteine animali, è sporadica e casuale, l’attività di ricerca di frutti, radici, tuberi, cereali selvatici e insetti da parte delle donne è continua, e molto più redditizia, (la donna da sempre è la vera apportatrice di cibo per la comunità).


I cibi vegetali, comunque, sono il 70-80% della dieta totale, mentre la carne si riconfermano anche in questa indagine, di volta in volta, una ghiottoneria, una stranezza, un cibo eccentrico e festivo, una variante del cibo vegetale d’ogni giorno.


Nel 1700, in Europa, s’incominciò ad usare al posto del miele, il succo essiccato e raffinato di una canna dolce: lo zucchero.


La polvere di zucchero, non serviva solo per la pasticceria, ma anche per rendere sopportabili due bevande amare ed eccitanti che si stavano allora diffondendo a macchia d’olio, parliamo del caffè e del cacao.


Qualche famiglia nobile intanto, cominciava a pretendere per colazione dalla servitù, panini di farina bianca raffinata, più facilmente masticabili di quelli di farina integrale.


Quindi i vecchi mulini dalla macinazione naturale con i palmenti di granito vennero sostituiti a partire dal 1880 da mulini con macine d’acciaio.


Le farine allora bianchissime, mai viste prima, erano sì, più conservabili, a causa della mancanza del germe di grano (sostanza ricca di nutrimento e di grassi vegetali), ma ci si accorse subito però, che il nuovo sistema deturpava il grano stesso di tutti i suoi elementi nutritivi.


Da qui nacque allora la mania della raffinazione estrema di tutti gli alimenti e l’insorgenza di molte malattie (stipsi, appendicite, emorroidi, diverticolite, diabete, flebite, ulcere gastro-intestinali, cancro allo stomaco e al colon ecc.).

Nel frattempo, la genetica applicata all’agricoltura e alla zootecnica, la chimica degli antiparassitari e dei concimi sintetici, hanno snaturato e impoverito: ortaggi, frutta e carni, perché l’uso massiccio di queste sostanze deturpa il terreno.

Cibi totalmente inventati artificialmente hanno fatto la loro prima comparsa: formaggini, omogeneizzati per bambini, würstel, bevande gassate, coca cola, liofilizzati, gelati chimici, vini aperitivi, sandwich, biscotti, perfino formaggi nuovi, studiati a tavolino come una “formula chimica”.


Questi cibi, devitalizzati e poveri di nutrimento, ci spingono a mangiare di più, per saziare la nostra fame, altro che cena “parca ma nutriente e ricca”, come quella dell’antico contadino italico!


L’obesità, per la prima volta nella storia, diventa una malattia di massa, è stato calcolato che nei paesi occidentali, gli obesi sono circa il 35% della popolazione.

È ormai stato praticamente accertato che certe patologie derivano dall’errato regime alimentare, cioè da cibi poveri, tossici e per lo più sbilanciati; dalla cattiva alimentazione, pertanto derivano la stragrande maggioranza delle malattie moderne: reumatismi, disturbi digestivi, malattie cardio-vascolari, malattie del fegato, gotta e artritismo, aumento del colesterolo, cancro agli organi digestivi, diabete ecc.

Le nuove usanze, indotte dai mass-media, come ad esempio l’uso generalizzato di stare seduti a lungo in ufficio o davanti al televisore, (mai esistito nella storia), i modi e i luoghi innaturali, in cui si esplica l’attività lavorativa: con poca luce, pasti irregolari, l’uso continuo di sedie e poltrone, movimento minimo e assenza di fatica fisica, danno il colpo di grazia alla nostra salute.


Oggi però è in atto finalmente un diffuso movimento per la qualità del cibo e per l’alimentazione naturale, i vecchi naturisti avevano scoperto la vita semplice e l’Alimentazione Naturale dei nostri antenati, ed oggi si uniscono ad essi gli igienisti e i medici più anticonformisti, i Naturopati e gli Operatori Olistici.


La Naturosophia si unisce al gruppo delle persone di buonsenso e s'impegna per rendere questo mondo un posto migliore, un ambiente di vita più salubre, da qui lo slogan: “Non si migliora la società se non si cambia l’uomo”; ma l’uomo, (e le prove sono davvero infinite), è condizionato da ciò che mangia.


Per questo, come sostengono molti medici e tutti i dietologi alternativi, il primo obiettivo della riforma della vita è la riconquista dell’Alimentazione Naturale.

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MA E' PROPRIO VERO CHE GLI UMANI SONO ONNIVORI?

Ammettiamo che l’uomo sia per sua natura erbivoro, come tutti i grandi animali erbivori, dovrebbe avere un’anatomia appropriata, infatti, in modo particolare, grazie ad un enzima digestivo, gli erbivori riescono ad assimilare la cellulosa delle piante.


L’uomo non possiede questo enzima, e non può utilizzare pertanto la cellulosa, se non come scoria che facilita la peristalsi intestinale (cioè il transito del cibo nell’intestino).


Gli erbivori poi, hanno una dentatura incompleta, mancano di veri e propri incisivi superiori per addentare frutti, e canini per dilaniare la carne.


Altra caratteristica degli erbivori è il tubo digerente molto lungo, anche 20 volte il loro tronco; sono animali molto forti, i più robusti in assoluto.


Si vede subito quindi che l’uomo non appartiene alla stessa famiglia: ha dentatura sviluppata, specie incisivi e molari, tubo digerente lungo 12 volte il tronco, non è molto forte, né potente, non ha artigli, non è passivo, ma al contrario è molto attivo e scaltro.


Se fosse carnivoro, invece, dovrebbe certamente avere gli strumenti d’offesa a ghermire e sbranare le prede, propri appunto dei carnivori: artigli molto forti e sviluppati, canini enormi per dilaniare le carni crude delle vittime, vista e odorato molto sviluppati, una struttura adatta alla corsa veloce, mandibole possenti, non solo per addentare, ma anche per stritolare e macinare le ossa insieme con le carni degli animali uccisi.


I carbonati di calcio e magnesio, presenti nel carnivoro, hanno infatti il compito di neutralizzare la forte acidità della carne, e dei suoi residui tossici, per di più, sappiamo che, come carnivoro, l’uomo dovrebbe avere un apparato digestivo molto corto, tre volte il tronco, ghiandole salivari piccole, stomaco molto muscoloso, potente e fortemente acido, capace di digerire grandi quantità di carni e grassi ingoiati a pezzi, e quasi non masticati, un fegato adatto a fornire enzimi per neutralizzare le tossine tipiche della carne, infine, saliva e urina acide.


Senonché l’uomo non ha queste caratteristiche, ma possiede una mandibola debole, una secrezione salivare adatta invece a prediligere gli amidi dei cereali piuttosto che la carne, incisivi adatti a mordere e addentare i frutti, molari piatti, ideali per macinare semi e grani di ogni tipo, unghie che si spezzano se usate come gli artigli dei carnivori.


Non è veloce, né ha braccia molto robuste, inoltre ha un tubo digerente di lunghezza media, uno stomaco debole, e poco acido (la secrezione di acido cloridrico infatti è dieci volte minore di quella dei carnivori).


Inoltre, l’uomo non possiede gli enzimi adatti a neutralizzare le molte sostanze tossiche prodotte dalla decomposizione della carne, non riesce, e non è quindi abituato a macinare ossa, e usarle come digestivo.


Insomma, ammettiamo quindi che non apparteniamo né ad erbivori, né ai carnivori, ma abbiamo però tutte le caratteristiche di un’altra famiglia, e cioè soprattutto dei frugivori, ma anche in minor misura dei granivori.


Agili più che veloci, scaltri e intelligenti, dotati di dentatura completa, la mano dell’uomo prensile come nella scimmia e nei roditori, pare fatta apposta per afferrare o cogliere un frutto, o per maneggiare oggetti tondeggianti.


Da sola, infatti, la mano dell’uomo, non basterebbe per colpire e sbranare un animale in corsa, anzi, a dirla tutta, l’uomo è impressionato dal sangue, e non ha nemmeno una vista eccelsa, né un buon fiuto.


A mani nude, e quindi senza armi, non può catturare un solo animale selvatico, come invece fanno benissimo tutti i carnivori.


Gli onnivori, invece, una certa aggressività la conservano: unghie ad artiglio, becchi, fauci, portamento più da fiera che da animale pacifico, sia pure un animale ingentilito rispetto ai carnivori.


Per l’uomo, invece, la carne non può essere quindi un cibo abituale, per le ragioni dettate dal buonsenso che abbiamo appena esposto, il suo intestino ha bisogno di stimoli che ne favoriscano il movimento peristaltico, quindi necessita di frutti, cereali e ortaggi, i quali hanno appunto proprio questa capacità, inoltre, le escrezioni dei frugivori e dei granivori, sono più abbondanti di quelle dei carnivori e degli onnivori, infatti, l’uomo in buona salute, con la giusta alimentazione (frutta, verdura e cereali), ha delle escrezioni abbondanti.


È un dato di fatto che sia i carnivori, che gli onnivori, quando sono affamati, sono irresistibilmente attratti dalla vista di un animale vivente, o anche da un cadavere, questo non accade mai però all’uomo.


Anche lo studio del comportamento dei bambini cresciuti allo stato selvaggio, grazie al solo istinto naturale, prova che mai l’essere umano, sia pure esso affamato, considera l’animale vivente, tantomeno il suo “cadavere” come cibo potenziale.


Il bambino se mai, ruba il frutto all’albero, infatti si è dovuto ricorrere al ruolo dell’uccisore di mestiere che ci risparmia la vista del sangue; è normale che l’uomo rifiuti istintivamente le pietanze a base di carne, soprattutto se fosse costretto lui stesso ad uccidere l’animale per cibarsene.


Il nucleo fondamentale della nostra dieta, infatti, deve essere la scarsa quantità di proteine e di grassi, esattamente il contrario di quanto avviene ai giorni nostri.


Alla luce di questi elementi scientifici, poco conosciuti, e spesso poco diffusi dalla cultura ufficiale, si può ben comprendere quindi l’evoluzione socio-alimentare dell’uomo: dapprima esclusivamente frugivoro (il mito del giardino dell'Eden), poi spogliati alberi da frutto e arbusti, è stato costretto al nomadismo, e all’allevamento di bestiame, o anche come cacciatore occasionale.

Infine inventa l’agricoltura, e quindi diviene “stanziale”, soprattutto frugivoro e granivoro, con frequenti concessioni di latte, latticini, uova, miele selvatico, e un uso sporadico delle carni.


L’uccisione di un povero animale, impresa psicologicamente e materialmente davvero difficile per “persone comuni”, venne affidata a uomini specializzati, questa pratica aveva più che altro un valore rituale e sacrificale (dal latino “Sacer vuol dire sacro, ma anche “Vietato”), perché infrangeva il tabù atavico dell’uccisione di un nostro simile: l’animale.


Proprio per la gravità inconsueta dell’atto, l’uccisione della vittima sacrificale veniva quindi affidata a un uomo dotato di poteri speciali, il sacerdote (“Sacer”), che poi si cibava dei resti della vittima.

Furono perciò i preti necrofagi, dato che le carni erano in ogni caso tratte dai cadaveri, i primi forti mangiatori di carni, ma attenzione, non soltanto la classe sacerdotale, infatti, successivamente, anche le oligarchie regnati, e le aristocrazie guerriere, partecipavano, sia al rito cruento, che alla conseguente “necrofagia”.


Il consumo delle carni, sia pure a carattere limitato, divenne quindi una caratteristica delle classi dominati e guerriere; le carni, di per sé abbastanza eccitanti e riscaldanti, erano la droga ricercata dagli aggressivi guerrieri dell’epoca, da quelle antiche usanze, quindi, deriva probabilmente il prestigio connesso, nella nostra civiltà moderna, le carni, infatti, sono sui mercati più costose dei cereali e verdure.

Lo conferma anche la Piramide Alimentare approvata dall’O.M.S.

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